I negozi di prossimità vivono un periodo difficile: in gioco c’è la loro sostenibilità economica, ma anche il loro valore sociale. Per salvarli si stanno moltiplicando le esperienze che puntano sull’online, ma perché funzionino non bisogna abbandonare i legami territoriali ma, anzi, rafforzarli e aprire nuove collaborazioni. Ad esempio con gli enti di Terzo Settore.

 

In Italia, il commercio di prossimità è in difficoltà. È un ritornello che si sente da tempo, in molti luoghi. E che, ora, è confermato anche da dati molto recenti e approfonditi. Tra 2012 e 2023, il commercio in sede fissa nelle città italiane “ha perso in 11 anni oltre 111.000 unità (-20,2%)”. A denunciarlo è la nona edizione della ricerca Demografia d’impresa nelle città italiane, pubblicata lo scorso marzo dall’Ufficio Studi Confcommercio.

“In altre parole – continua la pubblicazione – un’impresa attiva su cinque è scomparsa dal mercato e non è stata sostituita. È l’esito di un processo di trasformazione indotto dal rallentamento della domanda per consumi da parte delle famiglie, da nuovi orientamenti e comportamenti di spesa dei consumatori, dall’introduzione di nuove tecnologie che hanno incrementato gli acquisti online”.

Italiani e italiane, insomma, comprano dove è più conveniente e comodo. È comprensibile. Ma questo pone dei problemi, non solo economici e non solo ai proprietari dei negozi fisici.

Rischio desertificazione

“Non va dimenticato che gli esercizi commerciali svolgono un ruolo vitale nel contesto economico e sociale, scrive ancora Confcommercio, che denuncia “il rischio di desertificazione” cui vanno incontro molte città, soprattutto nei centri storici.

La ricerca ha analizzato questo rischio in 120 grandi Comuni e ne ha identificati alcuni più esposti, quelli con “una forte riduzione dei negozi, compresa tra il 18% e il 30%, e una mancanza di crescita nei servizi turistici”. I primi tre Comuni sono Belluno, Gorizia e Savona, ma in generale Confcommercio ha notato “una certa predominanza nel Nord-est”.

Non stupisce, quindi, che sia proprio in questi territori che siano nate iniziative per rispondere a questo problema. Come il caso di Marketpass, che abbiamo già raccontato e che è stato lanciato dall’impresa TreCuori, con sede in provincia di Treviso. Questa iniziativa non è ovviamente l’unica, ma è una delle tante che puntano sul digitale per ridurre quello che proprio l’amministratore delegato di TreCuori Giovanni Lucchetta definisce “lo squilibrio tra grandi player e commercio locale”.

Del resto, vendere online non è più un’opzione che i piccoli commercianti possono permettersi di ignorare“La crescita della propensione dei consumatori a fare acquisti online ha reso l’adozione dell’omnicanalità essenziale per tutte le imprese, compreso il dettaglio di prossimità”, scrive ancora Confcommercio.

“Questa strategia – spiega la ricerca – non solo consente di rimanere rilevanti e competitivi nel mercato in continua evoluzione, ma offre anche opportunità significative per ampliare la propria capacità distributiva. L’approccio omnicanale implica, infatti, l’integrazione sinergica di tutti i canali di vendita e comunicazione disponibili. Ciò significa che i clienti possono interagire e fare acquisti con l’azienda attraverso una varietà di canali, tra cui negozi fisici, siti web, app mobile, social media e altro ancora”. Facile a dirsi, difficile a farsi.

L’Italia, a livello europeo, è storicamente un Paese con competenze digitali basse e, nonostante i miglioramenti netti degli ultimi anni, c’è ancora molto da fare, soprattutto quando si parla di vendite digitali da parte di piccole e medie imprese.

Fare eCommerce è possibile anche per le PMI

In un articolo dello scorso novembre sul Sole 24 Ore, Claudio Rorato ha sostenuto che le PMI italiane sono digital senza strategy. Rorato è il direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano e, per quanto riguarda e-commerce e PMI, ha tratteggiato “un’immagine bifronte: da una parte il valore delle vendite delle PMI italiane tramite questo canale raggiunge il 14% del loro fatturato complessivo (EU 11%), dall’altra il numero di PMI italiane che vende online è al di sotto della media europea (18% vs 22%)”.

Per i negozi di prossimità, poi, è particolarmente difficile trovare risorse, competenze e fornitori adeguati e, a maggior ragione in assenza di strategie e obiettivi precisi, diventa facile lanciarsi sul digitale senza poi ottenere i benefici sperati. Per questo sono importanti le iniziative che uniscono più commercianti, spesso grazie alla spinta di amministrazioni locali e organizzazioni di categoria.

Io Sono Cesena, per esempio, è un progetto voluto dall’Amministrazione comunale di Cesena e da CIA, Confagricoltura, Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato e CNA  con la collaborazione di Mediatip e Pubblisole. L’obiettivo è sostenere commercianti e artigiani locali, affiancando al loro tradizionale sistema di vendita il canale della commercializzazione online.

“Ci abbiamo iniziato a ragionare quattro anni fa. Chiacchieravamo di sistemi complessi e poi è arrivata la pandemia”, ricorda Luigi Angelini, fondatore e CEO di Mediatip. I bisogni digitali, a quel punto, andavano soddisfatti con urgenza e l’impresa di Angelini, con il sostegno del Comune, ha lanciato Io Sono Cesena.

Nella prima fase, quella del periodo Covid, si è trattato di un sito vetrina per i commercianti locali, poi il progetto è stato rilanciato, si è aperto anche al welfare aziendale (tema che affronteremo in un prossimo articolo) ed è diventato possibile fare acquisti online. “I commercianti non pagano nulla per essere presenti su Io Sono Cesena. I costi sono a carico nostro, che prendiamo una percentuale variabile sugli acquisti: dall’1% al 10%, a seconda della categorie merceologiche”, prosegue Angelini.

Nei primi sei mesi scarsi del 2024, su Io Sono Cesena sono stati fatti acquisti per circa 700.000 euro, spalmati su un centinaio di imprese. Per Mediatip il modello funziona e, infatti, l’ha esportato in altre città, con le piattaforme aFaenzaxRimini e InRavenna.

Angelini è ottimista: a suo parere, le pubbliche amministrazioni mostrano una “consapevolezza crescente” per questi temi mentre le associazioni di categoria, dopo un periodo in cui il digitale le aveva colte “un po’ di sorpresa”, ora sonomature per questo genere di progettiAnzi, secondo il CEO di Mediatip, queste ultime potrebbero “spingere ancora di più sulla formazione“È necessaria perché la cultura dei commercianti migliori: percepisco ancora un po’ di impreparazione e molta sfiducia nel digitale dopo esperienze che non hanno funzionato”, conclude Angelini.

Tra borghi e cities

Anche a causa della pandemia, che ha accelerato tutti i processi di digitalizzazione, le iniziative simili a Io Sono Cesena si sono moltiplicate, ad ogni livello, dall’iperlocale al nazionale.

Bagno di Romagna, borgo appenninico di 5.000 abitanti in provincia di Forlì-Cesena, per esempio, già nel 2020 è stata lanciato un circuito commerciale territoriale chiamato La Vantaggiosa. Un’app e una card, unite a un meccanismo di cashback, puntano a “sollecitare gli scambi commerciali a livello comunale quale stimolo diversivo al commercio elettronico o fuori Comune”, si legge sul sito del Comune stesso.

A marzo 2024, invece, Confcommercio ha lanciato il progetto nazionale Cities che, insieme all’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI), propone iniziative politiche, collaborazioni e partenariati pubblico-privato.

Anche alcune Regioni si sono mosse. Nelle Marche, per esempio, nel 2022 è stato aperto un bando per assegnare​​ “Contributi agli interventi volti alla realizzazione di progetti integrati tra i Comuni e le PMI per lo sviluppo dei Centri Commerciali Naturali” con l’obiettivo di rivitalizzare i territori comunali “con interventi che incentivino una presenza commerciale di qualità, capace di attrarre l’interesse turistico e culturale del luogo”.  Tra i progetti sostenuti vi è stato anche quello della cooperativa di comunità Fano al centroche nell’omonima cittadina ha creato un’app e una card simili a quelli di Bagno di Romagna.

Sempre nelle Marche, ma a San Benedetto del Tronto, è nata la piattaforma Praesentia, sostenuta dal Comune e gestita dall’omonima associazione di promozione sociale. La logica è sempre quella di sostenere il commercio locale tramite il cashback, ma in questo caso, spiega il sito dell’amministrazione comunale, “una percentuale di tutte le transazioni effettuate dai cittadini e registrate dall’app verrà devoluta per la realizzazione attività di tipo sociale, come progetti, assistenza alle fragilità o ricerca”.

Il caso di Praesentia è significativo, ma il legame tra commercio di prossimità e Terzo Settore non è un’esclusiva di San Benedetto del Tronto: riguarda anche vari altri territori e diverse realtà. Tra cui proprio Marketpass.

Laboratorio Parma

Come abbiamo già visto, da diversi mesi, TreCuori sta promuovendo sui territori la sua piattaforma di commercio digitale per PMI Marketpass. Lo fa grazie ai rapporti con le imprese cui eroga già servizi di welfare aziendale (la principale attività di TreCuori), ma anche con enti locali, associazioni di categoria e, ora, anche con realtà del Terzo Settore.

È il caso della provincia di Parma, dove TreCuori ha coinvolto anche il Forum Terzo Settore locale. “Ci ha fatti incontrare l’Università di Parma (che ha realizzato una ricerca su Marketpass, ndr) e abbiamo sostenuto l’iniziativa perché pensiamo che il commercio di vicinato e le PMI siano importanti per la nostra struttura sociale”, spiega Eugenio Caggiati, ex portavoce del Forum Terzo Settore provinciale di Parma, in carica quando la collaborazione è iniziata.

“Il nostro accordo con TreCuori è informare i nostri appartenenti e diffondere l’iniziativa”, spiega l’attuale portavoce del Forum, Roberto Berselli. Concretamente, si tratta di far conoscere Marketpass a tutte le persone che fanno parte dei 150 enti del Terzo Settore di cui il Forum è composto, per spingerle a spendere online, comprando i prodotti delle PMI presenti sulla piattaforma. In questo modo, spiega il direttore di TreCuori Alberto Fraticelli, “le risorse rimangono sul territorio e migliorano la prosperità e il benessere di quell’area”.

Non solo. A vendere su Marketpass potrebbero essere anche gli stessi enti del Terzo Settore, offrendo servizi sociali o sanitari tramite l’acquisto di buoni o voucher. Si va dai baby sitter agli assistenti familiari, dai entri estivi al sostegno psicologico e, potenzialmente, ai posti in Rsa. “Spazi di interesse ci sono”, commenta Berselli “perché c’è una domanda crescente che non trova risposta nel pubblico che va soddisfatta”.

Questa possibilità rafforzerebbe ulteriormente l’economia del territorio, non coinvolgendo solo il commercio di prossimità e le PMI ma, potenzialmente, aprendo nuove possibilità economiche anche per la cooperazione sociale e le associazioni di promozione sociale. Tecnicamente è possibile, “ma non so se siamo pronti” confida Berselli.

A suo avviso, ci sono due limiti culturali da superare. Il primo è passare dall’erogazione di servizi in accreditamento col pubblico a servizi forniti direttamente ai privati. Quest’ultimo, dice, “è solitamente patrimonio di realtà più grandi e strutturate, non delle piccole”. Il secondo limite ha più a che fare con le piattaforme digitali, soprattutto quelle come Marketpass che sono generaliste e al cui interno si può trovare un po’ di tutto. Per Berselli, non è immediato proporre servizi di Terzo Settore insieme a chi vende macchinette del caffè e pacchetti vacanze”.

Gli enti del Terzo Settore, insomma, andranno convinti. TreCuori, che da tempo lavora col non profit per diverse altre sue iniziative, potrebbe essere il partner giusto per farlo. A Parma, e non solo. Per capire se ci riuscirà davvero, però, sembra servire ancora parecchio tempo.

-Paolo Riva –

 

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La vendita di beni e servizi sui territori, ibrido tra online e offline, crea identità e rafforza relazioni secondo un’indagine curata da From a Bari.

 

Tra mare e montagna, tra acqua e neve, tra tavole da windsurf e snowboard. A Bari due fratelli con la passione per gli sport alternativi trasformata in lavoro hanno deciso di unire mondi diversi e di ripensare la relazione con la propria clientela che diventa community. «Abbiamo aperto il negozio quasi vent’anni fa. Il nostro è un commercio di nicchia che però col tempo si estende. Sin dall’inizio abbiamo pensato di accompagnare le persone – e soprattutto i bambini – a praticare i nostri sport, quelli che in gioventù hanno segnato la nostra vita», afferma Fabrizio Iacobazzi, quarantenne barese titolare di Impact Shop col fratello Jean. Siamo a San Girolamo, quartiere che guarda al mare a nord-ovest della città, poco distante dal faro. Negli anni lo spazio è diventato un riferimento per gli sport acquatici e da scivolamento. Qui non si acquista soltanto, ma si vivono esperienze. C’è la rampa da skate interna per training indoor, ci sono i servizi di noleggio e scuola, c’è la riparazione delle vele. Lo spazio si estende per quasi 400 metri quadrati tra magazzino e zona espositiva, ma quello online arriva ovunque nel mondo interconnettendo storie, relazioni, passioni.

 Negozi di prossimità come patrimonio pubblico

«Un terzo del nostro fatturato arriva dalla vendita online. Vendiamo in tutta Europa e poi in Giappone, negli Stati Uniti e in Cina. La semplice passione che ti accomuna davanti a una tavola di windsurf crea relazione. Il paradosso? Vendiamo snowboard a centinaia di chilometri dalla prima montagna», dice Iacobazzi. In realtà una spiegazione c’è e si coglie nella costanza di un contatto che si rafforza nel tempo: i due fratelli per anni tutti i fine settimana hanno organizzato pullman per andare in montagna a praticare gli sport. Così un negozio oggi vive grazie a una serie di servizi che dalla fisicità si spostano alla virtualità. Andata e ritorno nel segno della relazione. Un’idea che anche in America, terra dei non-luoghi, ha permesso alle filiali bancarie di mutare pelle diventando business center: erogano più servizi mettendo al centro il cliente. Benvenuti nell’economia di prossimitàibrido che crea identità e rafforza relazioni. È quanto emerge dalla ricerca che a Bari ha coinvolto negozi e botteghe. «Alla base c’è la visione che i negozi di prossimità e l’impatto economico che generano sono un patrimonio pubblico che migliora la qualità della vita urbana. Non solo rafforzano l’identità e preservano la storia locale, ma rendono anche più accessibili i servizi, arricchiscono lo spazio condiviso e rafforzano il tessuto sociale. Dall’altra parte aumentano l’attrattività verso talenti, investimenti, turisti e nuovi abitanti», afferma Stefano Daelli, co-autore di “Molto più di un negozio”, ricerca curata da From, agenzia che si occupa di rigenerazione territoriale, strategie e politiche urbane.

La dimensione sociale 

L’indagine è stata promossa dal Distretto Urbano del Commercio nel quadro del programma di Bari 2022-24 del Comune di Bari. Intanto in Europa il commercio impiega quasi 30 milioni di persone per 5,5 milioni di aziende che servono ogni giorno 450 milioni di consumatori. «Ci sono tre leve per andare oltre la vendita e diventare protagonisti nel proprio contesto territoriale e sociale: migliorare lo spazio e l’estetica del negozio e delle aree circostanti, innovare l’offerta e fornire consulenze specializzate, animare una comunità basata sul quartiere o su interessi comuni formando alleanze con altre attività o associazioni. I social possono trasformare una piccola bottega in una media company con un pubblico enorme. Non è solo interscambio di beni e servizi, ma fusione di interessi che alimenta il tessuto di città in cui tutti vivono meglio», precisa Daelli.

Un terreno ibrido tra virtualità e fisicità

Si parla di economia, ma in ballo ci sono dimensioni sociali. «In fondo l’economia della prossimità fa riferimento a un tessuto socio-economico che si basa su relazioni di vicinato che ruotano sulla dimensione territoriale», afferma Cecilia Manzo, docente di sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università Cattolica del Sacro Cuore. La partita si gioca su un terreno ibrido tra fisicità e virtualità. La rete incrementa la portata valoriale degli spazi e il negozio online diventa grande quanto il mondo intero. «I social rafforzano un legame creato offline nel proprio quartiere. I negozi di vicinato o prossimità si distinguono per essere capaci di offrire, oltre alla transizione economica, una dimensione sociale che si svolge al di fuori della sfera domestica e amicale. L’elemento valoriale è duplice perché il consumatore è anche cittadino. Quindi nel far parte della community esprime anche l’appartenenza al luogo. Le piattaforme intermediano rapporti sociali e attivano processi di astrazione connettendo globale e locale. Nell’economia della prossimità il digitale rafforza la relazione locale, ma può diventare un’occasione per creare nuove relazioni con un vicinato globale», precisa Manzo. Così paradossalmente siamo sempre più connessi, eppure siamo anche più ancorati come calamite agli spazi fisici che ci connettono.

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Il welfare oggi, in una fase in cui sono ancora molteplici i fattori di rischio per la tenuta delle imprese del territorio, è ormai riconosciuto come una reale leva di competitività. Per questo Confartigianato Chieti L’Aquila ha deciso di ampliare la propria gamma di servizi aprendo un ufficio dedicato al Welfare Aziendale, con il supporto di un partner strategico leader del settore: la società benefit TreCuori. È stato infatti siglato l’accordo tra l’associazione e TreCuori, piattaforma che vanta servizi innovativi e “cuciti” sulle esigenze di imprese e lavoratori.

In questo modo, Confartigianato Chieti L’Aquila vuole facilitare le imprese del proprio territorio ed i loro lavoratori nel godere dei benefici offerti dalla legge del welfare aziendale, tra i quali non solo l’ottimizzazione del costo del lavoro (risparmio fiscale), ma anche e soprattutto la fidelizzazione dei propri collaboratori, l’attrazione di nuovi talenti, l’aumento della produttività, la crescita del potere d’acquisto dei dipendenti e il miglioramento del clima aziendale.

Il nuovo ufficio Welfare è operativo nelle sedi di Confartigianato Chieti L’Aquila: un team qualificato è a disposizione delle aziende di qualsiasi dimensione, anche le più piccole – associate e non – che così potranno valutare le migliori strategie e accedere a know-how e a strumenti di welfare su misura rispetto alle esigenze loro, dei loro lavoratori e dei loro territori.

Grazie alla grande flessibilità offerta da TreCuori, che permette di svincolarsi da convenzioni già prestabilite, i lavoratori delle imprese che hanno attivato piani Welfare possono scegliere in totale libertà i propri fornitori di servizi, che sono ben lieti di incassare queste spese perché non comportano loro alcun costo. L’ufficio Welfare di Confartigianato Chieti L’Aquila si aggiunge alle altre sedi locali già avviate da TreCuori insieme a Confartigianato nelle zone di Milano Monza Brianza, Cesena, Ancona ed altre ancora.

“Confartigianato Chieti L’Aquila ha scelto l’approccio al Welfare adottato dalla piattaforma TreCuori, perché ne condivide l’attenzione nei confronti delle piccole e medie imprese e la volontà di favorire la prosperità dei territori – spiega il direttore generale dell’associazione, Daniele Giangiulli – in quanto consente libertà ai lavoratori di spendere localmente e coinvolge i fornitori locali (compresi quelli di fiducia) che non devono pagare commissioni per l’incasso di tali spese. Il welfare aziendale diventa quindi un moltiplicatore positivo in chiave di economia circolare e sostenibilità anche per l’economia dei territori. Nostro compito, attraverso il nuovo Ufficio, è anche quello di essere tempestivi nell’informare sulle importanti novità normative che riguardano il welfare così da permettere alle aziende e ai loro collaboratori di coglierne tutti i possibili vantaggi”.

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CHIETI – Il welfare oggi, in una fase in cui sono ancora molteplici i fattori di rischio per la tenuta delle imprese del territorio, è ormai riconosciuto come una reale leva di competitività. Per questo Confartigianato Chieti L’Aquila ha deciso di ampliare la propria gamma di servizi aprendo un ufficio dedicato al Welfare Aziendale, con il supporto di un partner strategico leader del settore: la società benefit TreCuori. È stato infatti siglato l’accordo tra l’associazione e TreCuori, piattaforma che vanta servizi innovativi e “cuciti” sulle esigenze di imprese e lavoratori.

In questo modo, Confartigianato Chieti L’Aquila vuole facilitare le imprese del proprio territorio ed i loro lavoratori nel godere dei benefici offerti dalla legge del welfare aziendale, tra i quali non solo l’ottimizzazione del costo del lavoro (risparmio fiscale), ma anche e soprattutto la fidelizzazione dei propri collaboratori, l’attrazione di nuovi talenti, l’aumento della produttività, la crescita del potere d’acquisto dei dipendenti e il miglioramento del clima aziendale.

Il nuovo ufficio Welfare è operativo nelle sedi di Confartigianato Chieti L’Aquila: un team qualificato è a disposizione delle aziende di qualsiasi dimensione, anche le più piccole – associate e non – che così potranno valutare le migliori strategie e accedere a know-how e a strumenti di welfare su misura rispetto alle esigenze loro, dei loro lavoratori e dei loro territori.

Grazie alla grande flessibilità offerta da TreCuori, che permette di svincolarsi da convenzioni già prestabilite, i lavoratori delle imprese che hanno attivato piani Welfare possono scegliere in totale libertà i propri fornitori di servizi, che sono ben lieti di incassare queste spese perché non comportano loro alcun costo. L’ufficio Welfare di Confartigianato Chieti L’Aquila si aggiunge alle altre sedi locali già avviate da TreCuori insieme a Confartigianato nelle zone di Milano Monza Brianza, Cesena, Ancona, Ferrara ed altre ancora.

“Confartigianato Chieti L’Aquila ha scelto l’approccio al Welfare adottato dalla piattaforma TreCuori, perché ne condivide l’attenzione nei confronti delle piccole e medie imprese e la volontà di favorire la prosperità dei territori – spiega il direttore generale dell’associazione, Daniele Giangiulli – in quanto consente libertà ai lavoratori di spendere localmente e coinvolge i fornitori locali (compresi quelli di fiducia) che non devono pagare commissioni per l’incasso di tali spese. Il welfare aziendale diventa quindi un moltiplicatore positivo in chiave di economia circolare e sostenibilità anche per l’economia dei territori. Nostro compito, attraverso il nuovo Ufficio, è anche quello di essere tempestivi nell’informare sulle importanti novità normative che riguardano il welfare così da permettere alle aziende e ai loro collaboratori di coglierne tutti i possibili vantaggi”.

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Su oltre 7.000 imprese oggetto dell’indagine, 142 le vincitrici del premio “Welfare Champion”: tra queste anche TreCuori.

 

Roma, 14 giugno 2024 – TreCuori, piattaforma leader nel welfare aziendale, è stata insignita del prestigioso premio Welfare Champion nell’ambito del Welfare Index PMI di Roma, tenutosi il 13 giugno 2024 e promosso da Generali Italia con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e con la partecipazione delle principali Confederazioni italiane quali Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato, Confprofessioni e Confcommercio.

Il premio “Welfare Champion” viene assegnato alle aziende che si distinguono per l’eccellenza delle loro politiche di welfare, dimostrando un impegno concreto nel favorire il benessere dei propri dipendenti e nel creare un ambiente di lavoro positivo e stimolante. 

Questo importante riconoscimento premia l’impegno costante di TreCuori nel valorizzare il ruolo strategico del welfare aziendale anche all’interno delle piccole e medie imprese italiane e nel promuovere sempre il benessere dei dipendenti, sia propri che quelli dei propri clienti.

“Siamo molto orgogliosi di questo premio, che rappresenta una conferma tangibile della nostra dedizione al miglioramento della vita lavorativa dei nostri dipendenti e dei dipendenti delle nostre realtà clienti”, ha dichiarato Alberto Fraticelli, Direttore e Co-Founder di TreCuori. “Occupandoci direttamente di welfare aziendale, questo riconoscimento ha per noi un valore ancora più importante, e ci rende orgogliosi che oltre a TreCuori siano state premiate anche una dozzina di nostre società clienti che hanno scelto TreCuori proprio per le peculiarità che ci contraddistinguono e che permettono loro di attivare il welfare nel modo migliore”.

Il Welfare Index PMI è un indice che misura il livello di welfare aziendale nelle piccole e medie imprese in Italia, valutando le loro politiche e iniziative in materia di salute e benessere, conciliazione vita-lavoro, formazione e sviluppo professionale, previdenza e assistenza integrativa. 

“Il premio Welfare Champion – continua Fraticelli – ci spinge a continuare ad innovare e ad ampliare la nostra offerta di soluzioni di welfare, per rispondere al meglio alle esigenze dei collaboratori nostri e dei nostri clienti.”

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Le Pmi fidelizzano i dipendenti con i benefit, ma se al Nord gli italiani si dicono contenti della propria occupazione, le percentuali crollano al Sud

 

Il welfare aziendale è ormai diventato una solida realtà anche in Italia ed è ampiamente utilizzato dalle imprese per fidelizzare i propri dipendenti e per trovare quelle figure che ancora mancano nel loro organico. Ci sono però profonde differenze fra Nord e Sud e fra lavori ben pagati e lavori pagati poco. Il welfare aziendale e, più in generale, un ambiente lavorativo attento alle esigenze dei dipendenti sono infatti elementi che caratterizzano le imprese più avanzate, mentre la strada da fare nel resto del tessuto produttivo italiano è ancora molta. È questo il quadro delineato da numerosi studi, a partire dal recente rapporto Bes (Benessere equo sostenibile) dell’Istat, i cui dati, incrociati con quelli della Cgia di Mestre, lasciano supporre che il divario sia destinato ad aumentare. Le imprese che già implementano soluzioni di welfare aziendale ne hanno capito l’importanza soprattutto in un’ottica di attrazione dei talenti ed è quindi probabile che aumentino i propri sforzi su questo fronte. I datori di lavoro, invece, che puntano tutto sulla compressione del costo del lavoro sono per definizione poco propensi a mettere in campo delle misure in grado di migliorare l’ambiente di lavoro, cosa che li farà inevitabilmente scivolare ulteriormente verso il basso nelle classifiche dedicate alla soddisfazione dei dipendenti.

“Dopo l’avvento della pandemia, anche il nostro mercato del lavoro ha subito trasformazioni importanti – spiegano gli esperti della Cgia di Mestre – In molte aree del Paese, ad esempio, le imprese faticano sempre più a trovare profili con competenze adeguate; pertanto, mai come in questo momento hanno la necessità di fidelizzare i propri collaboratori. Questa operazione sta avvenendo per mezzo di una serie di comportamenti molto virtuosi come, ad esempio, la corresponsione di retribuzioni più elevate, la trasformazione dei contratti a termine a tempo indeterminato, la possibilità di consentire ai dipendenti orari di lavoro più flessibili, attraverso il ricorso a strumentazioni professionali più innovative, favorendo gli avanzamenti di carriera e, infine, con l’implementazione di benefit e di welfare aziendale. Nel Nord questo processo di miglioramento del benessere aziendale, soprattutto nelle Pmi, è ormai in corso da qualche anno”.

In cima alla classifica delle regioni con la più alta qualità del lavoro si trova la Lombardia, seguita dalla Provincia autonoma di Bolzano e dal Veneto. Si comportano però molto bene anche la Provincia autonoma di Trento, il Piemonte e la Valle d’Aosta. Tutto il Settentrione è dunque ben rappresentato. Resta invece indietro il Mezzogiorno, le cui regioni occupano la parte bassa della graduatoria (con l’eccezione della Sardegna). Le situazioni più critiche si trovano in Sicilia, Calabria e Basilicata.

Secondo i dati Istat, guardando al solo fattore “soddisfazione per il proprio lavoro” (la ricerca ne prende in considerazione otto, che vanno dalla retribuzione alla tipologia di contratto), la regione più virtuosa è la Valle d’Aosta con il 61,7% di lavoratori soddisfatti, seguita dalla Provincia autonoma di Trento (61,1%) e quella di Bolzano (60,5%). La maglia nera di questa particolare classifica, che prende in considerazione l’appagamento per il livello di retribuzione ottenuto, le ore lavorate, la stabilità del posto, l’opportunità di carriera e la distanza casa/lavoro, è la Campania (41,2%).

Entrando nel dettaglio del welfare aziendale vero e proprio, ovvero quell’insieme di benefit e servizi che le aziende offrono ai propri dipendenti per migliorare il loro benessere andando oltre la semplice retribuzione economica, il rapporto Welfare Index Pmi promosso da Generali in collaborazione con Confindustria, Confcommercio, Confartigianato, Confprofessioni e Confcommercio, individua dieci aree, alcune più mature e quindi sviluppate e altre meno. L’indagine, che si concentra sul mondo delle piccole e medie imprese, ha rilevato una forte presenza di iniziative nelle aree “previdenza e protezione”, “condizioni lavorative e sicurezza”, “salute e assistenza”, “diretti, diversità e inclusione”, “conciliazione vita-lavoro” e “sviluppo del capitale umano”.

Meno gettonate ma comunque ben presidiate sono invece le aree “responsabilità sociale verso consumatori e fornitori”, “sostegno economico ai lavoratori” e “welfare di comunità”. La decima, “sostegno alle famiglie per educazione e cultura”, risulta essere infine quella meno matura.

“Il welfare aziendale è un nuovo protagonista del sistema di welfare italiano dal 2016, quando la Legge di stabilità e i successivi decreti attuativi diedero un quadro normativo e un forte incoraggiamento fiscale alle iniziative delle imprese volte a promuovere il benessere dei lavoratori e delle loro famiglie – si legge nel rapporto – La rigenerazione del welfare italiano non può essere sostenuta dalla sola iniziativa pubblica, la cui spesa corrente non è in grado di crescere, né dalla spesa individuale delle famiglie, che ha raggiunto livelli difficilmente sostenibili. Il welfare aziendale, se adeguatamente incoraggiato, è in grado di accrescere ulteriormente la propria iniziativa, nell’interesse stesso delle imprese. Queste, inoltre, possono agire come aggregatori di domanda, organizzando un accesso collettivo ai servizi e riducendo in tal modo il costo delle prestazioni”.

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Sempre più spesso il welfare si occupa anche dei camp per i ragazzi: bonus in busta paga per oltre 400 famiglie.

 

Che bello, è finita la scuola! Se siete d’accordo, probabilmente siete ragazzi, non certo genitori che lavorano. Le aziende, oggi, cercano di venire incontro ai propri dipendenti dando loro una mano dal punto di vista economico: si parla di quasi trecentomila euro sul piatto in provincia di Treviso. Perché la gestione delle giornate dei ragazzi dopo la fine della scuola si complica e si fa costosa, molto costosa, se dovete affidarvi a un centro estivo. 

I NUMERI 

I rimborsi per i “campi” frequentati dai figli finiscono sempre più spesso tra i benefit aziendali. Alcuni numeri li fornisce una società trevigiana che proprio di welfare aziendale si occupa, la TreCuori, che nella sola provincia di Treviso ha gestito ad oggi 293 mila euro di rimborsi da parte delle aziende per i centri estivi frequentati dai figli dei dipendenti. Sono 142 le aziende che hanno offerto questa possibilità, sfruttata da 426 lavoratori per un totale di 563 ragazzi beneficiari. “Si tratta di un dato storico cumulato – spiega Alberto Fraticelli, co-fondatore e Direttore di TreCuori – ma il vero boom c’è stato lo scorso anno. Sul totale di 128 milioni di euro di spese welfare che abbiamo erogato a livello nazionale, 34 milioni sono del 2023”.  

Mantenendo la proporzione, insomma, nella Marca il bonus centri estivi è stato di circa 78 mila euro nel solo 2023. “E quest’anno la crescita è ancora fortissima, frutto della conoscenza sempre più diffusa degli strumenti di welfare aziendale”, spiega Fraticelli. Il valore medio di ciascun rimborso per i centri estivi è stato di 688 euro: una spesa di una certa consistenza, di sicuro un aiuto importante.  

CONFINDUSTRIA 

Le aziende si muovono in ordine sparso, con proprie iniziative di welfare. Ma anche l’associazione degli industriali è attiva: è partita da Casier la prima iniziativa territoriale per la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, nata dall’intesa tra il Comune e Confindustria Veneto Est, e che ora punta proprio a favorire la partecipazione dei ragazzi ai centri estivi promossi dalle associazioni locali.

“Questa prima iniziativa si pone l’obbiettivo di rendere maggiormente fruibile la partecipazione ai centri estivi organizzati a Casier da parte dei figli dei collaboratori delle aziende associate presenti in questo territorio – spiegano i promotori – Il Comune di Casier mette a disposizione gratuitamente locali idonei per la realizzazione delle attività estive e collabora con soggetti e associazioni locali per offrire servizi e attività”. “Confindustria Veneto Est ha raccolto molteplici manifestazioni di interesse da parte di aziende di questo territorio per favorire la conciliazione degli orari di lavoro e i compiti di cura dei figli, in particolare nel periodo estivo, durante l’interruzione delle attività scolastiche – dichiara Alberto Zanatta, vicepresidente di Confindustria Veneto Est per Treviso – Ci sono già interessanti esempi di contrattazione di secondo livello che tengono conto di questo aspetto come quello recente in Tognana Porcellane che abbiamo seguito insieme all’azienda e ai sindacati. Con questo protocollo facciamo un passo avanti, coerente con la volontà di Confindustria Veneto Est di collaborare in tutti i territori per renderli sempre più attrattivi innanzitutto per le persone, le famiglie e i giovani. Anche questa è una via per attrarre talenti e garantire la vitalità dei nostri paesi e delle nostre città”.  

GLI ESEMPI  

Che il mondo del welfare aziendale sia in forte espansione è assodato, e sempre più frequenti sono gli esempi che riguardano i benefit per i figli. A partire dai grossi gruppi, come Generali e Essilux, presenti anche nella Marca. La compagnia del leone in giugno e luglio offre ai propri dipendenti la possibilità di effettuare fino a quattro settimane di lavoro consecutive in smart working proprio per permettere la gestione dei figli che nei mesi estivi non vanno a scuola. Previsti anche rimborsi delle spese per vacanze studio e per i campi ricreativi.  Essilux, che a Pederobba ha uno stabilimento da 750 dipendenti, dedica un “Summer camp” a Bibione ai figli dei dipendenti di età compresa tra i 9 e i 17 anni, chiedendo solo un contributo economico proporzionale all’inquadramento retributivo, a partire da un livello simbolico. Tra i benefit anche altre convenzioni per la partecipazione ai centri estivi. 

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Abbiamo ricostruito le spese fatte da lavoratori e lavoratrici che transitano dalla piattaforma di welfare aziendale di TreCuori. Gran parte delle risorse finisce nelle voci previste dalla normativa, soprattutto in viaggi e nelle spese per i figli. Ma negli ultimi anni è cresciuta la quota dei fringe benefit.

 

Come sono spese oggi le risorse dei piani di welfare aziendale? A questa domanda non è semplice dare risposta. Per cercare di avere le corrette informazioni abbiamo chiesto a TreCuori, società benefit che opera come provider nel mercato del welfare aziendale, di condividere con noi alcuni dati e informazioni interessanti per comprendere meglio come imprese, lavoratori e lavoratrici spendono il budget welfare.

Il welfare aziendale transato da TreCuori

Tra gennaio 2017 e aprile 2024 la piattaforma di TreCuori ha transato oltre 123 milioni di euro in welfare aziendale. In totale è stata utilizzata da quasi 4.000 aziende e da oltre 75.000 dipendenti delle stesse; sono inoltre stati coinvolti quasi 19.000 erogatori e fornitori di beni e servizi nell’ambito del welfare aziendale.

Dei 123 milioni di euro transitati sulla piattaforma di TreCuori, la fetta più grande, pari a 77 milioni, sono stati in spesi in rimborsi, servizi e prestazioni di welfare previsti dalla normativa. Mentre i restanti 46 milioni riguardano i fringe benefit (di cui si parlerà dopo in maniera approfondita), cioè quell’insieme di sostegno al reddito di lavoratori e lavoratrici che prevede specifici benefici fiscali per le imprese che li erogano e che solitamente sono veicolati tramite buoni benzina, card o voucher acquisto da spendere presso catene commerciali o negozi (anche della grande distribuzione online).

Dei 77 milioni di euro spesi in servizi e rimborsi, che in totale hanno interessato 44.000 dipendenti e 18.000 fornitori, la fetta maggiore ha riguardato viaggi e vacanze (31% circa), rimborsi per l’istruzione per i figli (19%) e i buoni pasto (14%). Seguono poi salute e sanità integrativa (7%), previdenza complementare (7%), sport (7%), cultura e tempo libero (4%), altri servizi per l’infanzia (3%). La parte restante si divide in assistenza per familiari anziani o non autosufficienti, rimborsi per il trasporto pubblico, formazione, polizze assicurative, interessi di mutui e prestiti.

Come ci ha spiegato Alberto Fraticelli, co-Fondatore e Direttore di TreCuori, “la prima voce è quella dei viaggi perché con TreCuori diamo molte possibilità direttamente attraverso la nostra piattaforma. La normativa del welfare aziendale stabilisce che i viaggi debbano essere veicolati tramite dei ‘pacchetti’, senza che siano personalizzabili, cioè creati su misura per i singoli che ne fanno richiesta. A differenza di molte piattaforme che utilizzano i famosi smartbox noi abbiamo scelto un’altra strada: lavoriamo con le strutture per dare maggiori possibilità alle persone. In questo modo possiamo contare su una grande varietà di pacchetti, grazie anche al coinvolgimento delle piccole realtà locali”.

Quindi non si personalizza, ma si diversifica molto di più. Questo anche grazie alla partnership con TreAli, un’agenzia viaggi partner di TreCuori nata per supportare le altre agenzie viaggi dei vari territori e le svariate attività ricettive (hotel, B&B, camping, ecc.); in sostanza un interlocutore che facilita le altre agenzie e i vari operatori turistici dei territori nella creazione di “pacchetti” coerenti con quanto previsto dalla normativa del welfare aziendale.

La seconda voce di spesa, come detto, è legata all’istruzione dei figli di lavoratori e lavoratrici. Si tratta di quasi 15 milioni di euro in totale che riguardano molte attività: dalle mense scolastiche ai doposcuola, dalle rette universitarie agli asili nido. Fraticelli spiega che “oltre 1 milione di euro riguarda i libri scolastici. Su questo abbiamo fatto un ragionamento importante. Ci siamo detti di provare a valorizzare le piccole attività sul territorio – come le cartolibrerie, le edicole e i piccoli supermercati che offrono questo servizio – piuttosto che i grandi player online, come Amazon. Per questo abbiamo recentemente implementato la possibilità di spendere il conto welfare destinato ai libri scolastici tramite MarketPass, una piattaforma di commercio on-line, riservata solo alle piccole e medie imprese (di cui Secondo Welfare ha parlato qui, NdR)”.

La spesa per i fringe benefit

Sono invece 46 i milioni di euro che, nel corso degli ultimi 6 anni, sono stati spesi in fringe benefit. Si tratta di una cifra che – come ci dice Fraticelli – “è cresciuta soprattutto nell’ultimo triennio”. Questo in particolare a seguito degli interventi da parte del Legislatore che hanno aumentato a più riprese la soglia dei fringe (ne abbiamo parlato recentemente qui) per aumentare la capacità di spesa delle famiglie in momenti di potenziale difficoltà economica a causa della pandemia, delle conseguenze della guerra in Ucraina e dell’aumento dell’inflazione.

Come sottolinea un recente studio di The European House – Ambrosetti, questo strumento è stato, in effetti, una spinta ai consumi delle famiglie. Secondo Ambrosetti, nella seconda metà del 2023 l’introduzione con il Decreto Lavoro della soglia di detassazione differenziata, stabilita in 258,23 euro per la generalità dei lavoratori e alzata a 3.000 euro per i dipendenti con figli fiscalmente a carico, ha permesso di incrementare del 3,4% i consumi delle famiglie rispetto al 2019, quando la soglia era fissata in 258,23 euro indistintamente per tutti i dipendenti. Il confronto è positivo (+1,5%) anche tra secondo semestre 2023 e 2022, quando la soglia venne alzata dapprima a 600 euro per tutti (Decreto Aiuti-bis, agosto 2022) e quindi a 3.000 euro (Decreto Aiuti quater) da novembre a dicembre 2022.

Tornando al “caso” TreCuori, i 46 milioni di euro di fringe sono stati spesi attraverso 760.000 transazioni, che in totale hanno interessato 60.000 lavoratori/trici di oltre 2.000 imprese clienti di TreCuori. Per quanto riguarda le spese fatte attraverso i buoni e i voucher, quasi l’80% si divide tra supermercati, cibi e bevande (42%) e carburante (37%). Seguono poi elettronica (10%), abbigliamento (4%), articoli sportivi (2%), profumeria e cosmetici (2%), calzatura e pelletteria (1%); sono residuali poi altre spese come videogiochi, casa e arredamento, libri, prodotti farmaceutici, ricariche telefoniche.

Come si può vedere, dunque, la maggior parte degli acquisti fatti tramite i fringe benefit sono destinati a spese che non hanno a che fare con servizi di natura sociale, quindi riguardanti la cura, l’assistenza e il benessere. Si tratta piuttosto della comune spesa fatta all’interno di supermercati, oppure del rifornimento di carburante.

Il ruolo dei Buoni TreCuori

Sul versante dei fringe benefit si deve infine sottolineare che TreCuori ha ideato un particolare strumento – i Buoni TreCuori – che mirano a coinvolgere le piccole realtà commerciali e gli esercenti del territorio. Secondo Katia Cais, Responsabile della Divisione Welfare di TreCuori, “il sistema dei Buoni TreCuori incentiva l’acquisto anche verso piccole realtà commerciali, come mercerie, fiorai, panetterie, macellerie, edicole, artigianali – parrucchiere, estetista, idraulici – e professionali, come commercialisti, avvocati. Sono buoni che possono essere incassati da tutte le attività, senza che debbano sostenere alcun costo o commissione, e non hanno un solo marchio a cui far riferimento”.

In questo modo”, continua Cais , “rendiamo i fringe benefit più spendibililavoratori e lavoratrici possono infatti utilizzarli in qualsiasi attività di prossimità, senza difficoltà. Così puntiamo anche a valorizzare l’economia dei territori e, al tempo stesso, limitiamo gli scambi che sono fatti attraverso i grandi portali di e-commerce che sono arrivati a godere di una posizione soverchiante nel mercato, a discapito di tante piccole imprese. Si tratta di una scelta etica, che fa parte della mission di TreCuori”.

Attraverso i Buoni TreCuori sono circolati quasi 2 milioni di euro. Pur non rappresentando una percentuale elevata sul totale della spesa per i fringe, si tratta comunque di transazioni che hanno coinvolto quasi 650 piccole attività di vari territori del nostro Paese. Inoltre, conclude Cais “stanno iniziando ad assumere un valore significativo in termini assoluti e soprattutto con forte trend di crescita grazie ad aziende che – vista la grande spendibilità di questi buoni e in ottica di sostenibilità – stanno iniziando a dare solo questi buoni ai propri collaboratori“. Il vero valore che c’è dietro l’idea dei Buoni TreCuori è quello di incentivare lo sviluppo dell’economia locale e la filiera cortaincentivando pratiche di consumo più attento e sostenibile. Si tratta dunque di un modo per “rileggere” il ruolo dei fringe benefit potenzialmente molto interessante e capace di generare un impatto sui territori.

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Le offerte sono tantissime e includono anche attività particolari come il parkour. Si arriva anche a 650euro a settimana, si parte quasi sempre da oltre cento euro.

 

Doveva essere colpa del Covid, della necessità di un maggior numero di operatori per gruppi sempre più ristretti di bambini, dell’impennata del costo dei materiali, ma soprattutto doveva essere qualcosa di temporaneo. E, invece, il prezzo dei centri estivi non solo non è diminuito, ma è addirittura aumentato rispetto all’anno scorso.  E così, anche per quest’estate, i genitori che lavorano hanno dovuto svenarsi per trovare il posto e l’attività dove mandare i propri figli.

Le offerte sono tantissime, per lo più a sfondo sportivo, ma anche culturale: si va dagli sportcamp che fanno provare vari sport, anche quelli meno mainstream come climbing e parkour, fino alle attività culturali: settimane in lingua inglese oppure attività all’interno dei musei cittadini o nelle fondazioni. Insomma c’è l’imbarazzo della scelta, anzi no. Perché poi alla fine la scelta viene fatta in base al costo e quando si devono sistemare due o più figli, la variabile prezzo diventa la principale, se non l’unica da tenere in considerazione.

Andando sul concreto il costo medio dei centri estivi in città è di 120 euro a settimana, che significa 480 euro al mese da moltiplicare per due se si hanno due figli. Un salasso. Per fare un po’ di esempi: per partecipare una settimana al Summer Camp in Ghirada ci vogliono 160 euro con merenda e pranzo compresi; 150 se invece si partecipa al camp in inglese organizzato dalla Cooperativa Comunica a Santa Maria del Rovere, in quel caso merenda e pranzo sono a carico della famiglia. Qualcosa in meno, cioè 120 a settimana per il centro estivo classico, organizzato sempre dalla Comunica per bambini che vanno dalla scuola dell’infanzia alle elementari. Poi c’è il Junior Camp, sempre a base sportiva al campo di rugby dei Ruggers a Monigo per partecipare alle attività servono 150 euro. Poi ci sono quelli che offrono esperienze più particolari: quello secondo i ritmi naturali, il Camp di Coco, 110 euro a settimana, stesso prezzo per chi vuole fare climbing e arrampicata allo Sportler, sempre 110 euro a settimana per il camp Multisport di Paese. Poi i prezzi salgono se si scelgono i corsi in lingua che arrivano a 250 euro a settimana, oppure quelli tecnologici e di intelligenza artificiale che sono quelli proposti da H-Farm, con prezzi alla portata di famiglie realmente benestanti (i prezzi partono da 650 euro).

“Era lievitato in periodo Covid ma in quell’occasione c’erano delle motivazioni, e da allora non sono più scesi, anche se il rapporto educatore/bambino è tornato ad essere quello di pre-pandemia. Tanto alla fine molti sono costretti a usufruire del servizio, quindi perché abbassarli?”, commenta una mamma a cui fa eco un’altra “Io ho due figli e oltre a sbancarmi farò i salti mortali a portarli perché hanno due età diverse e non me li prendono nello stesso posto”. Il tema centri estivi diventa un incubo ancor prima che l’estate si avvicini, le famiglie cominciano a organizzarsi – e a risparmiare- già all’inizio della primavera. La soluzione di molti è ripiegare sui Grest, attività offerte dalle parrocchie a prezzi agevolati (vanno dai 30 ai 50 euro a settimana), peccato che le attività siano disponibili solo per poche ore e solo la mattina. E allora la domanda sorge spontanea: come fanno i genitori che invece lavorano tutto il giorno dalla mattina alla sera e non hanno sostegni? Ricorrere a risparmi e welfare, la soluzione più immediata.

 

Aiuti anche da Ebicom e Ebt per 37 mila realtà del terziario

Nelle aziende del settore la metà di dipendenti sono donne, tanti gli strumenti messi a disposizione per conciliare vita e lavoro.

Da quest’anno, gli enti bilaterali del terziario EbiCom ed EbtTreviso sostengono le famiglie di lavoratori e lavoratrici dipendenti di aziende del terziario aderenti ad uno degli enti con figli in età scolare con un nuovo contributo, fino a 200 euro all’anno per figlio, per la copertura dei costi dei centri estivi, siano essi comunali, privati o parrocchiali.

“Abbiamo inserito da quest’anno questo nuovo contributo – spiega il presidente Adriano Bordignonper venire incontro alle spese delle famiglie con figli, in aggiunta ai contributi per le spese di abbonamento ai trasporti scolastici, ai libri di testo, alle tasse universitarie. Un progetto, quello della bilateralità, che investe sull’educazione e sulla formazione a 360 gradi, in tutte le fasi dell’età dei figli, a sostegno di lavoratori e lavoratrici occupati in aziende del terziario e quindi esposti a turni e orari prolungati. Nelle oltre 37mila unità locali attive nel terziario, oltre la metà dei dipendenti sono donne (commercio, turismo, pubblici esercizi, ditte di pulizie ed accudimento), quindi la platea che sente il bisogno di supporti di conciliazione è molto ampia”.

“Il contributo centro estivo – sottolinea la vicepresidente di EBiCom Patrizia Manca – è un nuovo strumento che ribadisce il nostro impegno a favore della conciliazione vita-lavoro. Sostenere la genitorialità significa sostenere le donne, le famiglie, il mondo del lavoro, delle imprese e la società tutta. Al “centro estivo”, inteso come agenzia educativa integrativa rispetto alla formazione tradizionale, è un concetto cui teniamo molto. Nella nostra provincia, i centri estivi e i grest offrono varie opportunità di crescita e divertimento”.

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TreCuori sta lanciando una piattaforma di e-commerce rivolta alle PMI per sviluppare il loro mercato e di incentivare una logica di reciprocità e collaborazione. Abbiamo cercato di capire meglio le logiche di funzionamento e i possibili vantaggi per imprese, consumatori e territori.

 

Le piattaforme digitali, ormai, sono onnipresenti. Il loro uso quotidiano consente di ottenere beni o servizi in modo facile e, spesso, a prezzi convenienti. Per la maggior parte degli utenti, questo basta. E così, la comprensione del funzionamento di queste piattaforme passa in secondo piano rispetto ai vantaggi che garantiscono. Eppure esse definiscono sempre più la nostra economia.

Nick Srniceklecturer in Digital Economy al King’s College di Londra, ha scritto sul tema il libro “Platform Capitalism” (Polity 2017, tradotto e pubblicato in Italia da Luiss University Press: “Capitalismo digitale: Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web”). Per Srnicek, il capitalismo di piattaforma è “una forma di capitalismo avanzato che si fonda sull’estrazione, l’aggregazione e l’analisi di dati, dai quali emerge un nuovo tipo di impresa commerciale: la piattaforma”.

Le piattaforme, quindi, sono infrastrutture digitali che permettono a due o più gruppi sociali di interagire tra loro. E, come ha spiegato Tiziano Bonini citando il volume di Srnicek su cheFare“si posizionano come intermediari frapposti tra utenti differenti: clienti, investitori pubblicitari, fornitori di servizi, produttori di contenuti, distributori”.

Le piattaforme di consegna di cibo a domicilio, per esempio, mettono in contatto chi vuole mangiare qualcosa senza uscire di casa e chi lavora come fattorino. Offrono al primo gruppo di utenti, i clienti, le migliori offerte possibili, ma molto spesso lo fanno a discapito delle condizioni del secondo gruppo, quello dei lavoratori.

L’esempio dei rider è certamente uno dei più noti e controversi, ma esistono tipi diversi di piattaforme che operano in molteplici settori. E non sempre seguendo logiche che mettono in contrasto i gruppi di utenti che questi luoghi digitali fanno incontrare. È il caso di Marketpass.

UNA PIATTAFORMA PER L’ECONOMIA DEI TERRITORI

Marketpass è una piattaforma di e-commerce per l’economia di prossimità, a cui sta lavorando la società benefit TreCuori, che ha sede in provincia di Treviso ed è attiva soprattutto nel campo del welfare aziendale. L’iniziativa, come abbiamo già avuto modo di raccontare, si basa sul concetto di reciprocità e nasce all’intersezione tra diversi mondi: quelli del welfare, delle piccole e medie imprese (PMI) e del commercio locale. Che, in modo diverso, sono stati tutti toccati dalla crescita delle piattaforme.

Il commercio locale, certamente, soffre la concorrenza delle piattaforme di acquisti on-line. Le PMI possono trovare nelle stesse piattaforme di vendita digitale delle occasioni per allargare il loro mercato, ma le condizioni non sono sempre favorevoli e i rischi esistono. Infine, anche nel campo del welfare ci sono state molte evoluzioni.

Il progetto di ricerca WePlat (che abbiamo ospitato su Secondo Welfare) ha permesso di mappare e analizzare le piattaforme nei servizi di cura alla persona in Italia e, come ha scritto la responsabile della ricerca Ivana Pais, ha messo in evidenza “la presenza di due processi: la digitalizzazione delle organizzazioni tradizionali, che offrono i propri servizi attraverso piattaforme di e-commerce e la nascita di nuove aziende che adottano modelli simili alle piattaforme digitali di lavoro in altri settori”.

Complessivamente, WePlat ha individuato 137 piattaforme che si occupano di welfare, di cui 60 offrono servizi di salute fisica e mentale, 10 servizi di educazione e cura dell’infanzia, 10 servizi di assistenza sociosanitaria e le restanti 57 una combinazione dei servizi precedenti.

Anche queste esperienze rientrano in una classificazione delle piattaforme fatta da Francesco Longo e Franca Maino nel loro volume “Platform Welfare. Nuove logiche per innovare i servizi locali“. Le tipologie sono due:

  • piattaforme multicanali di ricomposizione sociale: piattaforme collaborative-connettive che hanno l’obiettivo di unire le persone per creare una comunità (che può trovare il suo comun denominatore in una serie di variabili tra cui il target di appartenenza o il territorio in cui vivono);
  • piattaforme marketplace: piattaforme e/o canali per mettere in contatto gli individui con altri individui portatori di bisogni simili e con l’offerta di servizi professionali del territorio. Possono essere definire in maniera più estesa anche piattaforme marketplace di pooling della domanda e professionalizzazione dell’offerta.

UNA PIATTAFORMA PER LA RECIPROCITÀ TRA LE IMPRESE

L’idea ambiziosa di Marketpass non è solo entrare in un settore come quello del commercio on-line dove le piattaforme digitali – a cominciare da Amazon, ovviamente – la fanno da padrone. Ma anche provare a coniugare un valore antico come la reciprocità con uno strumento contemporaneo come la piattaforma.

Per riuscirci, MarketPass punta a essere contemporaneamente entrambe le tipologie di piattaforma indicate da Longo e Maino: sia un marketplace sia una piattaforma di ricomposizione sociale, rivolta in maniera specifica alle PMI. La reciprocità, quindi, interessa le imprese che vendono su Marketpass, ma anche le persone che fanno acquisti nella piattaforma. Da un lato, le PMI condividono un principio di fondo (incentrato sulla collaborazione) e hanno una convergenza di interessi. Dall’altro, le persone che utilizzano MarketPass “sposano” un approccio nuovo al mercato che non è incentrato solo sul loro vantaggio economico, ma anche su una attenzione alle ricadute delle scelte di consumo.

E qui subentra il rapporto tra la piattaforma e le comunità dei territori sui quali Marketpass vuole radicarsi. Il tema riguarda tutte le piattaforme. Basti pensare, per fare un altro esempio controverso, alle conseguenze di Airbnb sul mercato della casa denunciate in molte città del mondo.

Le organizzazioni di piattaforma non sono comunità ma ospitano o connettono comunità, cioè si configurano come coalizioni (o reti) multifunzionali che potrebbero interconnettere alcune comunità”, ha scritto Maurizio Busacca nell’articolo “Platform Organisations in Social Innovation: A Lot of Old Wine in a Bottle”. Nel suo paper del 2019, il ricercatore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia citava alcuni casi interessanti di innovazione sociale tramite piattaforma e, tra questi, c’era anche TreCuori.

In TreCuori esistono diverse reti, coalizioni e comunità che, sotto l’ombrello di una comune finalità di promozione della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, perseguono diversi interessi specifici: clima organizzativo e produttività; potere di acquisto dei clienti del welfare; nuove forme di aggregazione della domanda e nuove opportunità di vendita o di finanziamento per le organizzazioni del Terzo Settore; rafforzamento del welfare ludico”, scriveva a proposito delle attività dell’impresa nell’ambito del welfare welfare aziendale e territoriale.

MARKETPASS, UN RUOLO ANCHE NEL WELFARE

Oggi Busacca conferma che quegli stessi elementi li rivede anche nel progetto di MarketPass“Credo di ritrovare tutte quelle caratteristiche e quelle logiche”, spiega a Secondo Welfare. Una piattaforma basata sulla reciprocità come questa, secondo il ricercatore, può “mettere insieme le comunità attraverso la produzione di beni e servizi da parte delle PMI .

Tornando alla definizione iniziale, quindi, se le piattaforme sono infrastrutture digitali che permettono a due o più gruppi sociali di interagire tra loro, nel caso di Marketpass questi gruppi sociali sono in buona parte composti dalle stesse persone. Il dipendente di una PMI, per esempio, può sia beneficiare delle vendite che la sua azienda realizza grazie alla piattaforma, sia acquistare lui stesso dei prodotti di altre PMI presenti sulla piattaforma. È la logica della reciprocità.

Marketpass, infatti, nel lungo periodo, punta ad essere presente in tutta Italia, ma vuole crescere territorio per territorio, andandosi a radicare e cercando di spingere più possibile i consumi locali. Per farlo, in questi ultimi mesi, sta intensificando le iniziative con le associazioni di categoria come Confcommercio Confartigianato per fare conoscere il progetto e la piattaforma. Sono stati organizzati incontri a Verona, Mantova, Rimini e Ferrara e in provincia di Parma è stata avviata anche una collaborazione con la sezione locale del Forum Terzo Settore. È una prima volta, che però potrebbe rivelarsi molto promettente per diverse ragioni.

Da un lato, TreCuori ha esperienza con gli enti del Terzo Settore, con cui ha sempre lavorato per il welfare aziendale e territoriale, e sa quanto possano essere utili per diffondere delle iniziative sui territori in maniera capillare. Dall’altro lato, i servizi forniti dal Terzo Settore potrebbero essi stessi essere venduti tramite Marketpass.

Da alcune settimane, infatti, TreCuori ha offerto alle PMI anche la possibilità di essere presenti sulla piattaforma con dei buoni acquisto. Tra quelli già presenti ci sono quelli di un dentista o di una ferramenta, ma questa funzione potrebbe ampliare notevolmente la gamma di potenziali imprese da coinvolgere e potrebbe rivelarsi particolarmente utile proprio per quegli enti non profit che offrono per esempio servizi nell’ambito dei minori o degli anziani. Un tema, quest’ultimo, che sarà oggetto di  un ulteriore approfondimento in uno dei nostri prossimi articoli.

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