
Percorsi di Secondo Welfare – Welfare aziendale negli enti locali: un fenomeno in crescita
18 Giugno 2026la Repubblica – Il Fisco premia il welfare aziendale
Agevolazioni per parità, premi di risultato convertiti, fringe benefit e buoni pasto
Dai buoni pasto agli asili nido aziendali, passando per lo smart working, i centri estivi per i figli e l’assistenza sanitaria integrativa. Il welfare aziendale si sta trasformando in una componente sempre più strategica delle politiche d’impresa. Per i lavoratori significa poter contare su servizi che migliorano concretamente la qualità della vita. Per le aziende rappresenta una leva di competitività, capace di aumentare l’engagement, ridurre il turnover e rafforzare l’attrattività nei confronti dei talenti in un mercato del lavoro sempre più competitivo.
A sostenere questa evoluzione contribuisce anche il fisco. Negli ultimi anni il legislatore ha infatti introdotto una serie di strumenti che incentivano le imprese a investire nel welfare, riconoscendone il valore non solo sociale ma anche economico. Tra questi rientra la certificazione della parità di genere, che premia le aziende capaci di adottare modelli organizzativi inclusivi e di favorire una maggiore conciliazione tra vita privata e professionale.
La certificazione della parità di genere
La certificazione valuta le politiche aziendali attraverso una serie di indicatori che riguardano l’equità salariale, le opportunità di carriera, la presenza femminile nelle posizioni di responsabilità e le misure dedicate alla genitorialità e al work-life balance.
Per le imprese che ottengono la certificazione è previsto un esonero dal versamento dell’1% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, fino a un massimo di 50 mila euro annui per azienda. La certificazione della parità di genere non è l’unico strumento attraverso cui il sistema fiscale incentiva il welfare aziendale.
Premi di risultato convertiti in welfare
Un ulteriore impulso arriva dalla possibilità di convertire i premi di risultato in beni e servizi di welfare. Se previsto dagli accordi aziendali o territoriali, il lavoratore può scegliere di ricevere il premio non in busta paga ma sotto forma di prestazioni di welfare.
In questo caso l’importo può essere utilizzato per una vasta gamma di finalità, dai contributi per l’istruzione dei figli alle spese sanitarie, dall’assistenza a familiari anziani o non autosufficienti fino ai buoni pasto ed altri servizi di sostegno alla famiglia. Il principale vantaggio è fiscale. Se il premio di risultato viene convertito, in tutto o in parte, in beni e servizi di welfare previsti dalla normativa, la somma non è assoggettata a imposte né a contributi.
In questo modo il lavoratore può beneficiare di un valore netto più elevato rispetto all’erogazione del premio in busta paga, mentre l’azienda riduce il costo contributivo associato alla componente convertita in welfare.
Fringe benefit: i limiti di esenzione per il 2026
Anche i fringe benefit, cioè i beni e servizi concessi dall’azienda ai dipendenti in aggiunta alla retribuzione, continuano a rappresentare uno degli strumenti più utilizzati. Il loro principale vantaggio fiscale è che, entro i limiti previsti dalla normativa, non concorrono alla formazione del reddito da lavoro dipendente e non sono quindi soggetti né a imposte né a contributi.
Per il 2026 il limite di esenzione è fissato a 1.000 euro annui per la generalità dei lavoratori e a 2.000 euro per i dipendenti fiscalmente a carico. Tra le spese che possono rientrare nel perimetro agevolato figurano, nei casi previsti dalla normativa, anche utenze domestiche, canoni di locazione e interessi sul mutuo della prima casa. A questi si aggiungono strumenti consolidati come i buoni pasto, esenti fino a dieci euro al giorno se erogati in formato elettronico e fino a quattro euro se cartacei.
Fonte: Sibilla Di Palma, «Il Fisco premia il welfare aziendale», la Repubblica – Affari&Finanza, 22 giugno 2026.
