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Negozi, la desertificazione che penalizza il Nord Est
Nomisma lancia l’Osservatorio permanente sulla reciprocità: reti collaborative per contrastare la crisi. Veneto e Friuli Venezia Giulia arretrano dell’11% tra il 2015 e il 2024, più della media nazionale.
di Giorgio Barbieri
Non è solo una questione di serrande abbassate. È una questione di Pil locale, di occupazione, di flussi di ricavi che si spostano e si concentrano. Negli ultimi anni in Italia sono scomparsi oltre 130 mila esercizi commerciali al dettaglio: dalle 817 mila imprese del 2011 alle circa 645 mila del 2024, con un calo del 16%. Un ridimensionamento strutturale che ridisegna la geografia economica delle città e dei piccoli centri. Nel Nord Est la dinamica è ancora più evidente. In Veneto e in Friuli Venezia Giulia il commercio di prossimità arretra infatti più della media nazionale, con una contrazione dell’11% delle attività tra il 2015 e il 2024.
UNA QUESTIONE SOCIALE È un processo che modifica equilibri settoriali, redistribuisce occupazione e concentra il giro d’affari in comparti specifici. Ma dietro i numeri si muove qualcosa di più profondo: un cambiamento che incide sulla struttura economica dei territori e, di riflesso, sulla loro tenuta sociale. Un dato che fotografa la dimensione nazionale della desertificazione commerciale, ma che trova nel Nord Est uno dei suoi osservatori più significativi.
In Veneto, tra il 2015 e il 2024, le localizzazioni attive del commercio di prossimità sono diminuite dell’11%, a fronte di un -7% nazionale. I settori più colpiti sono “Cultura e svago” (-28%), “Tessile, abbigliamento e accessori” (-23%) e “Ferramenta” (-17%). L’unico comparto in crescita è la “Ristorazione” (+15%). Sul piano territoriale, Rovigo (-18%) e Belluno (-17%) registrano i cali più marcati, mentre Venezia (-6%) e Verona (-9%) risultano meno impattate.
In Friuli Venezia Giulia la dinamica è analoga, e in alcuni casi persino più evidente. Tra il 2015 e il 2024 il commercio di prossimità ha registrato un -11%, contro il -7% nazionale. Il ridimensionamento è particolarmente marcato nei settori “Cultura e svago” (-29%), “Tessile” (-26%) e “Ferramenta” (-23%), mentre la “Ristorazione” cresce del 9%. A livello provinciale il calo è trainato da Trieste (-14%), seguita da Gorizia (-13%), Udine (-11%) e Pordenone (-7%).
LO STUDIO DI NOMISMA Questi numeri raccontano una trasformazione strutturale. Meno negozi tradizionali, meno presidi nei quartieri e nei centri storici, meno luoghi di socialità diffusa. È proprio da qui che parte lo studio “Il valore della reciprocità”, condotto da Nomisma nell’ambito dell’Osservatorio reciprocità e commercio locale, affiancato dal Manifesto elaborato da Percorsi di Secondo Welfare.
«I risultati della prima survey di inquadramento generale del fenomeno evidenziano una profonda consapevolezza del valore della reciprocità nella vita quotidiana», spiega Francesco Capobianco, Head of Public Policy di Nomisma, «l’indagine evidenzia come l’applicazione del principio di reciprocità tra imprese locali possa rappresentare una leva concreta per contrastare la desertificazione commerciale, attivare reti collaborative e generare valore condiviso sul territorio. Il percorso sarà consolidato da un Osservatorio permanente sulla reciprocità e il commercio locale promosso da Nomisma insieme a Percorsi di Secondo Welfare.
L’ECONOMIA LOCALE Eppure, per oltre quattro italiani su cinque (84%) i negozi di prossimità favoriscono l’economia locale; l’81% li considera essenziali per rendere vivi i centri urbani e il 72% riconosce loro un impatto sociale positivo. Il commercio sotto casa non è percepito soltanto come punto vendita, ma come infrastruttura relazionale. Tra i valori generati dalla reciprocità emergono la fiducia (26%), l’etica (18%), l’equilibrio nelle relazioni (17%) e il senso di appartenenza e coesione sociale (16%). Sono elementi che spiegano perché la chiusura di un negozio non produca soltanto un effetto sul Pil locale, ma incida sulla qualità delle relazioni quotidiane.
I NUMERI DELL’OCCUPAZIONE Nel Nord Est, il quadro economico mostra una dinamica ambivalente per quanto riguarda l’occupazione. In Veneto gli addetti del commercio di prossimità crescono del 17%, con un +60% nella “Ristorazione” e un +38% negli “Articoli per l’edilizia”; Vicenza segna il +24%. I ricavi delle piccole imprese di capitali aumentano del 23%, trainati dagli articoli per l’edilizia (+68%), con Belluno (+37%) e Verona (+27%) in testa. In Friuli Venezia Giulia gli addetti crescono del 19,5%, con un +62% nella “Ristorazione”. I ricavi complessivi salgono del 31,6% (media nazionale circa +38%), con il settore dei “Bar” a +69%.
SETTORI A RISCHIO Meno negozi, dunque, ma più occupati in alcuni comparti e una concentrazione del giro d’affari in specifici settori. Il rischio è che la trasformazione ormai in corso da diversi anni lasci scoperti interi ambiti della vita comunitaria: cultura, piccoli esercizi specializzati, servizi di prossimità che costruivano reti informali di supporto.
Nonostante la percezione di prezzi più elevati (56%) o di una minore varietà (48%), solo il 14% degli italiani non sarebbe disposto a pagare di più per un prodotto alimentare acquistato in un negozio di vicinato (18% per i non alimentari). E il 44% prevede di aumentare il proprio impegno sociale nei prossimi 2-3 anni, mentre il 74% ritiene che comportamenti più virtuosi migliorerebbero il benessere collettivo.
L’INFRASTRUTTURA SILENZIOSA La crisi del commercio di prossimità, allora, va letta su due piani distinti. Economico, certamente. Ma anche sociale. Perché ogni serranda che si abbassa riduce uno spazio di incontro, un presidio di fiducia, un frammento di comunità. E nei territori del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, dove la rete diffusa di piccoli esercizi ha storicamente rappresentato un’infrastruttura silenziosa della coesione, la desertificazione rischia di lasciare non solo vuoti urbani, ma vuoti relazionali.
Il commento: Antonio Santocono sottolinea che «I centri urbani siano motori di comunità e impresa».
