
la Repubblica Bologna – “Desertificazione commerciale” Quei paesi rimasti senza negozi
15 Aprile 2026Corriere di Bologna – «In regione in 10 anni persi oltre 8mila negozi. Solo la ristorazione cura la crisi del commercio»
Il report di Nomisma: «A Bologna la periferia regge meglio»
Alla morsa della «desertificazione commerciale» che colpisce l’Italia, non sfugge neanche l’Emilia-Romagna: tra il 2015 e il 2025 la regione ha infatti perso 8.019 negozi di vicinato, con una contrazione della rete distributiva del -9,5%, dato superiore alla media nazionale (-6,7%). E Bologna, su questo, non rappresenta un’eccezione: sotto le Due Torri in dieci anni, la rete commerciale ha perso ben 1.482 vetrine, con una flessione delle unità locali pari al -8,3%.
Sono i dati emersi dal primo Osservatorio «Reciprocità e commercio locale» di Nomisma. Una fotografia definita «preoccupante», presentata ieri nella sede della società a Bologna, alla presenza, tra gli altri, di Paolo De Castro, presidente Nomisma, Roberta Frisoni, assessora al turismo e al commercio dell’Emilia-Romagna e Francesco Capobianco, head of public policy Nomisma. Anche se il saldo delle unità locali è negativo, Bologna presenta però delle dinamiche uniche rispetto al resto della regione.
A spiegarlo è proprio Capobianco, che sottolinea come «Bologna soffre meno dal punto di vista numerico perché la vetrina viene sostituita con rapidità: si chiude e si apre. Tuttavia, questo interroga il decisore pubblico sulla qualità del servizio e sulle categorie merceologiche proposte». Secondo l’analisi di Capobianco, la sofferenza maggiore si sposta ora sulle città medie. «Se le aree montane e collinari hanno già preso atto della desertificazione, con Comuni ormai privi di esercizi, i centri urbani intermedi sono i più fragili».
È Ferrara, sul territorio, a registrare il calo più pesante (-15,8%, con oltre mille negozi persi), seguita da Ravenna (-13,1%). La provincia più resiliente è invece Rimini, con una flessione del -5,9%. Un altro elemento riguarda il dato, all’apparenza controintuitivo, dell’aumento degli addetti: come a livello nazionale, anche a Bologna, nonostante le serrande si abbassino, il comparto regge sul fronte occupazionale, grazie al volano della ristorazione.
Nel capoluogo, in dieci anni, la crescita degli addetti è infatti incrementata del +16,6%, poco sotto alla media regionale (del +16,8%, con quota 218 mila addetti). Ed è proprio la ristorazione, insieme al settore della cura e agli articoli sull’edilizia, a rappresentare il «vero» motore di crescita: tutti comparti che, tiene però a specificare Capobianco, «sono sostenuti da fattori esogeni come il boom turistico, la pandemia da Covid e i bonus edilizi». Al contrario, il tessile e l’abbigliamento, insieme alla cultura e allo svago, restano critici, con una perdita di ricavi e di presidio sociale. Il divario, in termini di ricavi, diventa poi sempre più netto tra le performance stabili delle grandi imprese, e quelle delle piccole, che affrontano una pressione crescente sulla sostenibilità economica.
Anche il mercato immobiliare, infine, riflette l’instabilità, evidenziando la crescente pressione dei valori immobiliari sugli esercizi commerciali: in regione i prezzi di compravendita sono crollati ovunque (al primo posto Parma al -23,2%, seguita da Ferrara, Reggio Emilia e Bologna al -13,9%), mentre i canoni di affitto sono saliti, con il capoluogo al +2,4% (molto indietro al record di Piacenza, al +31,7%).
Bologna, conclude Capobianco, si differenzia poi dal resto d’Italia sul fronte del rendimento: «in periferia, di solito, è più basso perché incorpora il rischio di chiusura. A Bologna invece, la periferia inverte il rapporto rispetto al centro, mantenendo un livello ancora buono, ma questo richiama l’importanza del valore sociale e del presidio di sicurezza che il negozio garantisce in quei contesti».
